NUOVI AUTORI – Dodici porte di Daisy Franchetto

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Lunar camminava nella notte umida da un tempo che sembrava infinito. La strada sterrata era bagnata e piena di sassi. Il piede scalzo si irrigidiva ogni volta che incontrava una pietra aguzza; l’altro, invece, la scarpa ce l’aveva. I capelli, lisci e lunghi, le si appiccicavano alla faccia, le ciocche bagnate aderivano al viso come fossero nastri. L’occhio sinistro era quasi chiuso e il labbro inferiore era gonfio. La giovane donna respirava in maniera affannosa e a tratti un brivido le correva lungo la schiena.
L’abito era sporco di terra e strappato. Lo aveva comprato per andare alla festa dei sedici anni di Laura e lo aveva scelto dopo una lunga ricerca, svolazzante tra movimenti di stoffe e girovagare di colori in un piccolo negozio. Era un vestito perfetto, lei lo adorava.
Quella sera tornò a casa felice e fece vedere a tutti il suo vestito nuovo. Era bella Lunar quando rideva.
Adesso non pensava a nulla. Camminava, camminava e basta. Come se, di tutto il corpo, l’unica cosa che funzionasse davvero fossero le gambe piene di escoriazioni. Non c’erano emozioni, pensieri, immagini, sogni, odori, ricordi.
Lunar era stata violentata.

PRIMA PORTA
In ospedale

Camminava Lunar e avrebbe potuto camminare per sempre, se non avesse visto una luce. La luce di una casa.
Come un automa si diresse in quella direzione. Presto fu davanti al cancello: era chiuso. Le mani fredde si aggrapparono istintivamente alle sbarre di ferro del cancello, che si aprì senza sforzo, anzi si spalancò.
La casa non era illuminata, sembrava grande e disabitata. Forse i proprietari non c’erano e chissà chi erano? Il pilota automatico, votato alla sopravvivenza, diede una gomitata ai dubbi, non era il momento delle domande. L’istinto diceva di andare. Una luce nell’ala destra si accese, come se qualcuno nella casa avesse avvertito la presenza della ragazza.
Davanti alla porta d’ingresso, Lunar alzò il braccio per bussare, ma questo rimase un attimo sospeso prima che il pilota automatico prendesse di nuovo il sopravvento e decidesse di battere con tutta la forza che la disperazione può generare.
Ci furono dei passi e poi la porta si aprì.
Lunar fu colpita dalla luce calda e tenue. Il suo unico occhio aperto, abituato al buio, all’inizio non riuscì a mettere a fuoco nulla. Poi vide qualcosa: aveva davanti a sé una figura, alta e robusta, con una gonna lunga quasi fino ai piedi. Era una donna? Lunar non osava guardarla negli occhi né parlare. Poi si fece coraggio e alzò la testa, allora vide il viso. Anzi, più che il viso vide gli occhi, che la scrutavano gravi, sembravano di oro. Erano come percorsi da piccole fiamme e non si staccavano dai suoi. Lunar non riusciva a parlare, il suo pilota automatico si era nascosto da qualche parte, neppure lui riusciva a stare al cospetto di quegli occhi.
A un tratto il viso della donna cambiò espressione e si aprì in un sorriso, il più bel sorriso che Lunar avesse mai visto, e la bocca parlò con voce profonda.
«Che cosa posso fare per te?» disse la donna.
Lunar stava per balbettare qualcosa, la lingua era incollata al palato e ci voleva un po’ per prepararla alla parola. Una voce dietro la donna, una voce femminile e musicale, la distrasse:
«Chi è, la ragazza?».
Un lupo, perché quello era proprio un lupo, si era fatto strada con il muso tra le gonne della donna, e ora anche i suoi occhi gialli la fissavano. Era un enorme lupo grigio.
«Ma cosa hanno fatto a questa povera bambina?» disse con la sua voce fatta di note.
«Cara Loba, lei è Lunar. Ha bisogno di noi … ».Lunar, che aveva seguito la conversazione tra il lupo e la donna a bocca aperta, sorretta ormai solo dalla fibra del vestito, sentì le forze venire meno e svenne.

Al risvegliò, Lunar si trovò sdraiata. L’occhio sinistro era ancora completamente chiuso e il corpo le faceva molto male ovunque. L’occhio destro però ci vedeva.
Iniziò a guardarsi intorno. Il soffitto e le pareti erano bianche. Constatò di essere su un letto, tutto bianco anche quello. L’odore che sentiva, l’arredo scarno ed essenziale e i rumori di sottofondo non lasciavano dubbi in merito al luogo in cui si trovava: era in ospedale.
Le nebbie che la avvolgevano al risveglio si diradarono velocemente e la consapevolezza di quello che era accaduto la colpì tutta in una volta. Era davvero un risveglio amaro e lei non sapeva che ne sarebbero seguiti molti altri. Per giorni si sarebbe svegliata sperando che quel che era accaduto non fosse realmente accaduto. Adesso ricordava tutto.
La sera della festa tornava a casa con un amico che si era offerto di riaccompagnarla. Lei a piedi, lui la bicicletta a mano. Era bello e frequentava la sua stessa scuola, era di un anno più grande. Da mesi si guardavano nei corridoi durante l’intervello. Non c’era mai stata una buona occasione per parlare, lei era troppo timida per avvicinarsi. E lui? Troppo timido anche lui? Fatto è, che fino alla sera della festa non si erano mai parlati. Lui aveva approfittato di un momento in cui Lunar era sola, si era fatto avanti. Doveva aver aspettato almeno un paio d’ore, Lunar non era mai sola. Lei e le sue amiche si muovevano sempre in branco. Finalmente avevano parlato, e lui le era piaciuto. Non poteva essere diversamente, visto che da mesi fantasticava su di lui, costruendo nella mente ogni singolo particolare della vita e della personalità di quel ragazzo. Per lei era perfetto. Un osservatore attento, e non infatuato, avrebbe notato subito le discrepanze tra il suo prototipo mentale e l’originale in carne e ossa. Non era un genio della fisica, non era un campione sportivo, non si batteva per i diritti dei più deboli, non era dotato di una forza straordinaria né dell’umorismo di un comico da cabaret, però era carino e aveva fatto del suo meglio per sfoderare le sue qualità in cinque minuti. Purtroppo, di lì a poco, avrebbe dimostrato a Lunar che non soltanto non era perfetto, ma che aveva un paio di difetti niente male. Quando erano ricomparse le amiche-ancelle di Lunar, il ragazzo si era ritirato. Solo quando vide che Lunar stava per andare via da sola era ricomparso al suo fianco offrendosi di accompagnarla, “Tanto sono di strada” aveva detto. Una bugia, lo sapevano tutti e due, ma le bugie all’inizio di una storia sono gradite e indispensabili, c’è sempre tempo per scoprire la verità. In realtà, la cosa era stata creata ad arte e, se lui non si fosse fatto avanti, una delle vestali sarebbe comparsa come per magia ad accompagnare Lunar.
Camminavano vicini ed emozionati, lui trascinando la bici, parlando di nulla mentre attraversavano un bel tratto del parco. L’aria era fresca, ma non troppo, e profumata. Non c’era la luna, peccato, ma ci sarebbero state altre occasioni, sperava Lunar. Era talmente catturata dal momento, che non si accorse di nulla.
Dal nulla, dal buio, un uomo si era materializzato davanti a loro.
Un’ombra alta, quasi senza viso. L’ombra aveva un coltello. Il ragazzo balbettò qualcosa come un “Non abbiamo soldi” e l’ombra lo colpì con forza in viso sbattendolo a terra. Lunar era pietrificata dalla paura. Ferma, immobile, come sperasse di rendersi invisibile agli occhi dell’ombra. Il ragazzo si rialzò, un rivolo di sangue gli scendeva dal naso. Tremava. Velocissimo riprese la bici che era caduta con lui, montò in sella e scappò, lasciando Lunar sola a fronteggiare l’ombra.
L’uomo davanti a Lunar sorrideva, un ghigno orribile. Lunar sentì qualcosa di caldo scenderle lungo le gambe, era urina. L’uomo vide il liquido incolore scendere lungo i polpacci della ragazza, ma registrò il fenomeno con aria indifferente. La preda era lì, facile da catturare. Non aspettò oltre. La afferrò per un braccio e la trascinò in una specie di tana tra la vegetazione.
Il volto dell’uomo restava avvolto dall’oscurità, la ragazza poteva vederne solo i vaghi contorni. C’era un silenzio surreale, si poteva sentire solo il rumore del suo respiro e del suo cuore spaventato. Fragile cristallo calpestato.
Ma qualcosa di selvaggio si risvegliò in lei, e cominciò a lottare con le unghie e con i denti, con tutta la forza che aveva in corpo. Ma non bastava. L’ombra si innervosì e diventò più violenta, la colpì più volte in viso. Il contatto di quelle grandi mani con la sua faccia fu uno shock: Lunar non era mai stata picchiata in vita sua. A quel punto smise di lottare e cominciò a piangere. Nemmeno delle lacrime l’ombra ebbe pietà, nessuna tenerezza attraversava il cuore di quella creatura da molto tempo. Le strappò il vestito con foga e rabbia e trafisse il suo corpo con violenza, senza mai guardarla in faccia. Lei si sentiva come senz’anima.

Lunar era rimasta a terra ancora per molto tempo, quando l’uomo se ne fu andato. Non piangeva più, non pensava più, non sentiva più nulla ed era il vuoto. Non ricordava, ora, che cosa fosse scattato in lei, ma si era rimessa in piedi e aveva cominciato a camminare, senza meta. E poi era arrivata alla Casa.
Ricordava anche quello che era capitato a quel punto, lo ricordava chiaramente, ma la sua mente continuava a dire che non era possibile. La donna con gli occhi d’oro e il lupo che parlava con voce come musica. Quella parte del ricordo non aveva senso, forse il trauma.
I ricordi erano troppo pesanti, si girò su un fianco, si rannicchiò e pianse.
Dopo poco la porta della stanza si aprì ed entrarono i suoi genitori. Erano due maschere di dolore e preoccupazione. Quando videro che si era svegliata, si fecero avanti e si sedettero vicino a lei. Le presero la mano entrambi.
«Tesoro mio… » tentò di dire la mamma. Poi la voce fu interrotta da un sospiro e dal tentativo di trattenere il pianto.
Gli occhi tradivano, però, tante lacrime già versate ed emozioni che non potevano essere contenute. Il padre stava in silenzio e la guardava, anche lui con gli occhi lucidi. Solo le labbra serrate esprimevano la rabbia che si agitava dentro di lui per quel che avevano fatto alla sua Lunar. Non dissero nulla, ma si abbracciarono tutti e tre e piansero assieme le lacrime che era giusto piangere.
Stettero così, stretti, come se lo stare vicini servisse a fare da scudo al dolore e al mondo, fino a quando qualcuno bussò alla porta. Si staccarono allora un poco l’uno dall’altro. Il padre si asciugò le lacrime.
«Avanti».
Entrò l’infermiera. Aveva i capelli biondi e ricci, il viso non era giovane ma grazioso. Gli occhi azzurri avevano qualcosa di delicato e forte al tempo stesso. Entrò in silenzio, si fece avanti con il rispetto con cui ci si avvicina a un altare.
«Buonasera, Lunar. Mi chiamo Martha e sono la caposala. Il medico stava aspettando che ti svegliassi per poterti visitare. Te la senti? ».
Lunar fece un cenno di assenso con il capo, e strinse ancora di più la mano della madre.
«Bene»,disse l’infermiera e uscendo aggiunse, «la polizia mi ha chiesto di chiamarli al tuo risveglio, posso aspettare dopo la visita, ma poi dovrò farlo». Guardò allora i genitori di Lunar, lei aveva lo sguardo spaesato, non aveva ancora pensato alla polizia. Il padre tornò a guardare gli occhi spaventati di Lunar. «Non ti lasceremo mai sola, neanche per un minuto, a meno che non ce lo chieda tu»
Poi intervenne la madre: «Abbiamo già conosciuto gli agenti che si occuperanno di te, sono persone molto gentili e ci hanno assicurato che tutto si svolgerà rispettando i tuoi tempi».
Matilda sapeva sempre dire le cose giuste per rassicurare la figlia. Una sua caratteristica quella di saper dire sempre la cosa giusta al momento giusto. Una dote apprezzata anche da Dago, suo marito.
Dago e Matilda stavano insieme ormai da trent’anni. “Come passa il tempo!” si dicevano. Da trent’anni assieme e da trent’anni innamorati. Si erano conosciuti all’università, studiavano filosofia e fu amore a prima vista, sia quello per la filosofia, sia il loro. Una volta laureati avevano cercato assieme un lavoro e avevano finito per insegnare. Erano stati insegnanti per caso, ma l’avevano fatto con entusiasmo, scoprendo con il tempo che la vita aveva posto sulla loro strada qualcosa che non avevano mai considerato come una possibilità e che tutto si sposava perfettamente con la loro sensibilità e preparazione.
Lunar era arrivata tardi nella loro vita. Matilda, anticonformista da sempre, non voleva avere figli all’inizio, poi tutto d’un tratto si era decisa, convincendo anche Dago. Da quando Lunar era con loro, tutto era diventato completo, e l’avevano cresciuta cercando di darle il meglio, anche di se stessi. Erano migliorati per lei, si erano messi in discussione, avevano cambiato abitudini e smussato le rigidità.
E adesso? Adesso qualcuno aveva spezzato brutalità la serenità della loro creatura, aveva vanificato il loro tentativo di farla crescere forte e fiduciosa nei confronti del mondo.

La visita del medico, le domande, gli esami, gli esiti, i particolari da ricordare, tutto si susseguiva veloce e, anche se erano tutti molto rispettosi verso Lunar e la sua condizione, nulla poteva toglierle la brutta sensazione di essere come un topino da laboratorio, osservato e scrutato. A differenza di quanto capita a un topino in un laboratorio, tutto veniva fatto per Lunar, per farla stare bene e per catturare l’ombra colpevole della sua aggressione. Gli agenti che si occupavano del suo caso erano sicuri di catturare l’uomo, anche se Lunar si ricordava molti particolari: troppa paura quella notte e ora troppa voglia di dimenticare.
Preziosi sarebbero stati a quel punto i ricordi dell’amico di Lunar, se ancora poteva essere definito amico chi scappa e tradisce così.
La natura codarda del ragazzo aveva dato il peggio di sé. Quella sera era tornato a casa sconvolto ed era andato a rintanarsi in camera sua senza raccontare nulla a nessuno. Non aveva chiuso occhio, tutto preso dal sano senso di colpa, ma nulla era uscito dalla sua bocca fino a quando la mattina seguente, la madre, vedendolo turbato, e non credendo minimamente alla storia che il livido comparso sul suo viso fosse causato da una caduta in bicicletta, era riuscita a fargli raccontare tutto dall’inizio alla fine. Le mamme sanno sempre come farsi raccontare tutto, se lo vogliono. Fino a quella mattina, non si era mai resa conto della fragilità del figlio, ma decise di rinviare il problema a un altro momento. Lo caricò in macchina e lo portò alla polizia, intanto telefonò ai genitori di Lunar per sapere. E seppe. E una sensazione di svilimento la colpì, quando capì la gravità dell’accaduto: il figlio si sarebbe portato quella terribile colpa per sempre. Ricordando e raccontando, aveva però l’occasione di rimediare un po’. Questo la madre non mancò di farglielo presente. E il ragazzo aveva ricordato, quella sera la sua condizione era stata differente, rispetto a Lunar. Era spaventatissimo anche lui, ma aveva visto di più. Lui aveva guardato in faccia il mostro e, una volta caduto, aveva anche visto che cosa indossava. Riferì tutto: la figura alta, l’abito scuro, le scarpe lucide e nere, la barba scura e incolta, i lineamenti regolari, sottili e il suo ghigno orribile. E poi gli occhi chiari, senza anima, senza emozioni, perduti nel vuoto.
A parte l’impossibilità di trasferire in un disegno il nulla che si rifletteva nello sguardo dell’ombra, ora questa aveva un volto. Un viso magro e cupo emergeva da un foglio di carta bianco nelle mani di Paul, l’agente di polizia che si occupava del caso di Lunar. Adesso bisognava trovarlo.

Mentre alla stazione di polizia si andava costruendo l’immagine dell’ignobile ombra, per Lunar continuava la permanenza in ospedale. Non sarebbe durata ancora molto, l’avevano rassicurata tutti.
Era davanti all’ascensore seduta in carrozzina, accompagnata dalla fedele Martha, che ormai sembrava passasse la vita in ospedale, quando arrivarono una donna e un bambino mano nella mano. Lunar aveva ancora il viso molto segnato dai lividi, e per non farsi vedere in quelle condizioni aveva distolto lo sguardo, ma il bambino la fissava a bocca aperta e lei si sentiva addosso i suoi occhi ingenui e invadenti. L’ascensore sembrava non arrivare mai. Qualcosa cadde in corridoio e tutti si girarono a guardare, il bambino no, continuava a fissare Lunar. Anche la ragazza si era girata per vedere cosa fosse successo e aveva incrociato gli occhi del bambino. Si aspettava una di quelle domande molto dirette che i bambini sono abituati a fare e a cui solo pochi sanno rispondere con spontaneità.
«Lui si chiama Maoleone… » disse invece il bambino mostrando a Lunar un leoncino di peluche, un leoncino con gli occhi gialli.
La ragazza era rimasta senza parole, gli occhi gialli del leone le ricordavano gli occhi della donna e del lupo che aveva visto la notte in cui era stata aggredita. Non aveva più pensato a quello strano episodio, capitato in una notte che meritava di essere cancellata dalla memoria del mondo. Inoltre, tutto quel che riguardava quella casa le sembrava un sogno. Ora fissava il peluche senza dire nulla.
Martha se ne accorse:
«È un bellissimo leoncino», disse per togliere Lunar dall’imbarazzo.
Il bambino fu soddisfatto del commento e restituì un sorriso alla ragazza e all’infermiera. Un sorriso così bello che persino Lunar ne fu contagiata.
Martha la riportò in camera e l’aiutò a mettersi a letto. Lunar sentiva di dover giustificare il suo comportamento con il bambino e iniziò:
«Martha… mi dispiace per prima. Grazie di essere intervenuta. Non so spiegare cosa mi sia passato per la testa, quegli occhi gialli… ».
Qui si interruppe, andare avanti avrebbe comportato raccontare di più.
«Forse quegli occhi ti hanno ricordato qualcosa» disse Martha.
«Sì, forse sì», rispose Lunar con un timido sorriso, desiderosa di parlare d’altro per non dover dare spiegazioni.
«Io La conosco», insistette invece Martha.
Lunar non poteva credere a quello che sentiva. Forse non aveva capito bene.
Stava per chiederle delucidazioni, quando bussarono alla porta e un’altra infermiera entrò: .
«Martha serve il tuo aiuto in sala».
Martha fece per uscire, ma prima si voltò verso Lunar e disse sorridendo: «Ne parliamo più tardi».
Lunar non stava nella pelle per l’emozione. Allora non era stato un sogno, aveva davvero visto qualcosa quella notte! Qualcosa di moderato dentro la sua testa le diceva di stare calma, che forse ancora non aveva capito a cosa si riferisse Martha. La sua parte dubbiosa era sempre pronta a mettere una buona parola quando si trattava di placare gli entusiasmi e di mettersi al riparo. Ma qualcosa di vivo e di curioso si agitava dentro di lei, qualcosa che non poteva smettere di fantasticare e di immaginare. Per qualche tempo riuscì anche a dimenticare il motivo per cui si trovava lì, in quel letto di ospedale. Come se inspiegabilmente qualcosa di bello e nuovo stesse per accadere nella sua vita.
Quando arrivarono i genitori, la trovarono così: agitata e allegra. Non capivano il motivo di quello stato d’animo e ne erano un po’ turbati, ma rivedere la figlia sorridere li alleggeriva di qualsiasi preoccupazione.
Cominciarono anche a fare progetti per quando sarebbe uscita dall’ospedale: sarebbero andati a fare qualche gita insieme, magari a vedere qualche mostra interessante e al cinema, certo. Anche uno di quei film “privi di contenuto” sarebbe andato benissimo.
Lunar pensava alla scuola, le piaceva l’idea di tornare a studiare, ma un po’ meno quella di rivedere gli amici. Non se la sentiva ancora di affrontare gli sguardi, le domande o i silenzi imbarazzati. No, forse la scuola poteva attendere ancora un poco.
«Ma certo!» dissero in coro Matilda e Dago. «Sì, puoi pensarci con calma, abbiamo tante altre cose da fare!».
Si guardarono tutti e tre e scoppiarono a ridere: i suoi genitori non le avevano permesso di saltare un giorno di scuola mai, nemmeno con due metri di neve, nemmeno con la febbre. Ma adesso nelle loro vite qualcosa era cambiato per sempre e anche le idee dovevano cambiare. Sapevano che quel momento sereno era solo una piccola tregua, solo un attimo di ossigeno prima di tornare in apnea, allora godettero di quell’istante presente come soltanto nei momenti di forte dolore si può fare.

Lunar stava con l’orecchio teso, sperando di sentire la voce di Martha, e tutte le volte che si apriva la porta sussultava.
Ma Martha quel giorno non tornò più. Quando chiese all’infermiera del turno di notte dove fosse la caposala, questa le rispose che era già andata a casa da un pezzo e che sarebbe tornata l’indomani. Si sentì delusa. Perché se ne era andata senza un saluto e, soprattutto, senza dirle niente?
Quella notte faticò ad addormentarsi, si era aggrappata alla speranza che Martha le rivelasse qualcosa che le avrebbe chiarito il mistero della casa e aveva sperato che questo avrebbe cambiato la realtà.
Solo al prezzo di sentirsi fredda e apatica riusciva a superare i momenti in cui, contravvenendo a ogni suo comando, la mente tornava ai momenti terribili di quella notte. I pensieri si agitavano come insetti turbinosi intorno alle scene della violenza, e lei sentiva il cuore batterle forte in gola e il sudore scenderle lungo la fronte. Freddo e nausea. Non voleva più ricordare o sentire.
Prima di quel momento, non aveva mai prestato attenzione a come anche il naso conservi una forma di memoria, e così ora si trovava a constatare che se non erano le immagini a tormentarla, erano gli odori a reclamare il loro diritto a essere “i primi della classe” e a dimostrare che anche loro ricordavano qualcosa. Bravi! E allora il pilota automatico votato alla sopravvivenza entrava in azione e spegneva la luce, si faceva il buio e lei non sentiva più nulla, almeno così si poteva vivere.
Il mattino seguente, dopo una notte di lotte e inutili sonniferi somministrati dall’infermiera di turno, si era fatta strada quella calma apparente e piatta, senza dolore e senza speranza. E in questo stato la trovò Martha.
«Buongiorno Lunar» disse Martha.
«Buongiorno» rispose Lunar cercando di mostrarsi serena.
«Ho saputo che non è stata una buona nottata per te, ti senti stanca?» chiese Martha con quell’aria serena che sempre l’accompagnava.
«Sì, un po’… ».
Lunar sperava che la risposta fosse sufficiente, ma in realtà avrebbe voluto dire: “Non so come uscirne, non so a che cosa aggrapparmi, sembra che dovrò rinunciare a me stessa per sempre, se voglio continuare a stare in questo mondo. E questa non è una via d’uscita!”.
Ma restò zitta, trattenendo le lacrime.
«Mi dispiace non essere venuta ieri, prima di uscire. Ho visto che i tuoi genitori erano con te e non mi sembrava il caso di disturbare. Comunque, adesso sono qui».
Lunar voleva dirle di lasciare perdere, che tanto ormai nulla avrebbe potuto cambiare le cose, e che forse quello che aveva da dirle non era così importante. Martha però la pensava diversamente e chiuse la porta della camera.
«Non abbiamo molto tempo, potrebbe entrare qualcuno e interromperci». La donna sembrò raccogliere le idee. Poi riprese: «Temevo che non ricordassi nulla, ma dopo la tua reazione ieri, ho capito. La notte in cui sei stata aggredita sei arrivata alla Casa, vero?».
Scrutava Lunar. Attendeva un cenno. La ragazza era combattuta, non sapeva se voleva conoscere davvero il seguito del discorso. Poi però fece un lieve segno di assenso e Martha tirò un sospiro di sollievo.
«Lo so che adesso per te è doloroso tornare a quella sera, ma è molto importante che io ti dica tutto. É il compito che mi è stato affidato, capisci?»
No, Lunar non capiva.
«Quando sei arrivata alla Casa, hai incontrato una donna, LaMamà. Ecco, LaMamà è… difficile in realtà dire chi è, ma sappi che lei ti può aiutare. Se lo desideri, lei ti aiuterà. Tanti anni fa ha aiutato anche me, in un momento in cui non sapevo più che cosa fare».
Nel ricordare quel momento, un’ombra attraversò la luce degli occhi di Martha e Lunar intravide la stessa ombra che dal giorno dell’aggressione osservava nei suoi ogni volta che si guardava allo specchio. Fu questo a risvegliare la fiducia in ciò che la donna le stava dicendo.
«Bada, Lunar, non è un aiuto a buon mercato, te lo dovrai sudare. LaMamà può metterti a dura prova. Ma tu devi ricordare sempre che anche quando tutto sembra assurdo e troppo difficile, Lei Sa. È ‘Colei che tutto conosce’, non c’è nessuno che possa esserti d’aiuto quanto Lei».
Lunar aveva ascoltato con attenzione, sentiva di potersi fidare di Martha, ma non riusciva a capire come avrebbe potuto aiutarla. Alla fine disse: «E come potrà essermi di aiuto? È una specie di psicologa o di assistente sociale? Perché di quelle ne ho già vista qualcuna in questi giorni».
Martha scoppiò a ridere.
«No», disse scuotendo le mani davanti al volto e trattenendo a stento il riso. «Scusa, rido perché ho immaginato per un attimo cosa avrebbe detto LaMamà nell’essere definita una psicologa».
Lunar cominciava a sentirsi infastidita.
«No, LaMamà non è una psicologa. Non usa tecniche… convenzionali o… conosciute… ha metodi suoi, diciamo».
«Non lo so», iniziò a dire Lunar, «non ho voglia di parlare con degli estranei e non so se i miei genitori mi daranno il permesso».
«Ah, quanto a questo non avrai bisogno di chiedere il permesso a nessuno, se parli con qualcuno di questa storia non potrai più raggiungere la Casa. E quanto ad aver voglia di parlarne, sta’ tranquilla, LaMamà non ti chiederà mai nulla. Lei Sa, ricordi?».
«‘Lei Sa’?» Lunar cominciava a essere preoccupata. Ciò che le era capitato era ormai di dominio pubblico: «chi gliel’ha raccontato?».
«Nessuno, LaMamà Sa e basta».
Martha capiva quanto fosse confusa Lunar, lo era stata anche lei la prima volta che aveva sentito quella storia. Le si avvicinò e, con la voce nuovamente calma e serena, disse:
«Comprendo il tuo stato d’animo più di quanto tu possa immaginare. Non sei obbligata a fare nulla, anzi, non servirebbe. Se decidi di farlo, sappi che dovrai farlo da sola, non dovrai parlarne con nessuno né prima né dopo. Ma di una cosa puoi essere sicura, LaMamà ti aiuterà a sistemare le cose se lo vorrai».
Lunar non sapeva se essere sollevata o preoccupata. Martha si avviò alla porta e uscendo disse: «Ti lascio ai tuoi pensieri, quel che dovevo fare l’ho fatto. Puoi prenderti tutto il tempo che desideri».
Fece per uscire, quando Lunar la bloccò:
«Aspetta! Come faccio a trovarla? Non ricordo dove sia la Casa».
«Ah, non ti preoccupare. Quando sarai pronta, Lei ti troverà o meglio ti troverà La Loba. A proposito, non ti ho detto che è stata lei a portarti qui».

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